Googlizers e resistors: buoni e cattivi ricercatori on line
Al contrario, gli addetti ai lavori e in particolare coloro che si occupano di servizi di reference, trovano sempre più difficile e impegnativo spiegare i vantaggi e le caratteristiche di altre modalità di accesso all'informazione elettronica, dagli OPAC alle banche dati, specie se sono a pagamento.
Un articolo sul numero di dicembre di 'Library Journal' (Kenney, B. Googlizers vs. Resistors: Library leaders debate our relationship with search engines, in 'Library Journal', 12/15/2004, http://www.libraryjournal.com/article/CA485756) offre l'interessante sintesi di un dibattito sul ruolo dei bibliotecari in un mondo googlizzato, organizzato in Pennsylvania un paio di mesi fa: i relatori e il pubblico si sono divisi in due schieramenti, i googlizers e i resistors.
Tre dilemmi sono stati al centro di questo dibattito. Tre dilemmi che condensano le riflessioni diffuse un po' ovunque nei progetti di educazione alla ricerca on line e di information literacy (tema molto trattato durante l'ultimo congresso IFLA, tra l'altro):
- complessità d'uso dei sistemi informativi bibliotecari rispetto ai motori di ricerca e alle librerie virtuali come Amazon. Occorre ridurre il carico cognitivo e il disorientamento provocati da tante interfacce diverse ed è auspicabile lo sviluppo di sistemi di ricerca integrati, che non richiedano apprendimento delle funzionalità;
- difficoltà degli utenti a comprendere differenze tra i sistemi di information retrieval Web e i sistemi catalografici, per cui è abbastanza frequente che vadano sul sito della biblioteca e cerchino gli orari di apertura nei box di ricerca degli OPAC;
- priorità nel trasferimento di conoscenze e capacità di valutazione dell'informazione e non solo addestramento sulle funzionalità dei sistemi di ricerca (di cui tra l'altro gli utenti non avvertono nemmeno il bisogno).
Più sfaccettata e controversa, è una quarta faccenda, ovvero il dilemma della presunta pericolosità della 'googlizzazione' della ricerca, cioè la tendenza a rendere e a presentare come immediata e facilmente disponibile l'efficacia dei motori di ricerca (la filosofia dell' I'm feeling lucky di Google) .
Secondo un certo modo di vedere le cose, tipico dei resistors, il fenomeno avrebbe valenze diseducative perchè renderebbe gli utenti incapaci di usare funzionalità avanzate degli strumenti e, di conseguenza, di ottenere migliori risultati. Offrendo risposte percepite immediatamente come rilevanti, senza che sia avvertito il bisogno di compiere ulteriori indagini e valutazioni, la googlizzazione renderebbe inetto anche il più intelligente dei ricercatori. La tesi dei resistors approda a una sorta di difesa d'ufficio delle banche dati a pagamento e delle modalità di gestione dell'informazione classificata e alza barricate per preservare gli OPAC e le consuete pratiche di indicizzazione semantica utilizzate dai bibliotecari, che sono tra l'altro in affanno ovunque.
Al contrario, i fanatici di Google, i googlizers, sventolano le bandiere dei casi di successo in ambito persino scientifico: condotte con i motori di ricerca e gli archivi open access molte ricerche portano a esiti straordinariamente efficaci in pochissimo tempo e, soprattutto, gratis.
A dire il vero gli esempi di successo non mancano neppure ai resistors. I due partiti portano insomma acqua ai rispettivi mulini in modo che mi pare piuttosto prevedibile, basato sull'evidenza, e facilmente 'smontabile':
- una ricerca di articoli di un autore è meno efficace in Wilson Omnifile e Abi/Inform rispetto a Google - ma solo se l'autore ha deciso di pubblicare il proprio materiale sul Web!
- Al contrario, banche dati come Abi/Inform sono il mezzo più veloce ed economico per raccogliere articoli e preparare un dossier in qualche settore economico, grazie all'uso di descrittori di soggetto e codici dell'industry classification system - ma quando oggetto della ricerca è qualche segmento di mercato innovativo, si resta facilmente con le pive nel sacco e il conto della spesa, per giunta, salato!
La pericolosità di Google a fini educativi, affermata dai resistors, è a mio parere implicita nell'uso di qualsiasi fonte o strumento di informazione, anche nella più elementare delle directory, come vediamo continuamente durante i corsi in questa materia.
In questa contrapposizione ci si dimentica infatti totalmente dei livelli di conoscenze richieste in relazione alla funzione e al ruolo di chi compie ricerche di informazioni, argomento molto poco presente nel dibattitto tra i due schieramenti.
E' dunque proprio il fattore tempo, la curva di esperienza delle persone nell'uso degli strumenti per la ricerca, il fattore critico sul quale tutti i bibliotecari e i professionisti dell'informazione in genere dovrebbero a mio avviso concentrarsi. Altro tema poco presente nel dibattito americano è l'importanza dei linguaggi specialistici nel determinare la rilevanza percepita, argomento che i googlizers tendono semplicemente a ignorare e i resistors a enfatizzare in modo acritico: la scelta dei termini usati è la prima condizione di successo sia con Google sia con le banche dati a pagamento, ma prescinde sia dalle tecnicalità dell'information retrieval sia dagli strumenti di indicizzazione 'classici': la precisione della terminologia usata in ambito medico, chimico o di altri contesti tecnico scientifici è un fatto, un ingrediente essenziale del successo di molte ricerche che gli utenti compiono usando tanto Google quanto altri strumenti e archivi gratuiti o a pagamento in questi settori. Nell'ambito delle scienze sociali, dell'economia e della business information, la competenza linguistica e disciplinare è cruciale solo se si sposa ad altre capacità, come saper vagliare e valutare i controlli editoriali sui contenuti e selezionare tra le opzioni di indicizzazione disponibili, in una prospettiva più discrezionale anche riguardo alla gestione del tempo impiegato per le ricerche e ai loro scopi. Proprio questo è il punto chiave delle opinioni dei googlezers che non convince: la possibilità che l'utente finale privo di formazione sulle metodologie dell'information retrieval sia in grado di valutare la qualità del processo di ricerca. Molti considerano abbastanza buono quello che ottengono con Google e, semplicemente, si accontentano. Questa percezione di ciò che sembra abbastanza buono dovrebbe diventare oggetto specifico di addestramento, anche per i googlezers, per prevenire fenomeni di distorsione e disinformazione e in generale per poter affermare la 'bontà' di qualsiasi percorso di ricerca in modo documentabile e replicabile.
Quanto ai luoghi comuni invocati dai resistors, dobbiamo dire che la maggior parte dei sistemi di information retrieval usati in ambiente Web oggi non ha nulla da invidiare alle funzionalità di costose banche dati: molte ricerche non hanno semplicemente più senso in ABI/inform di quante ne abbiano in Google.
Si possono fare ricerche con i metadati all'interno di collezioni e archivi gratuiti e si hanno gli stessi contenuti dei vendors a pagamento accessibili anche attraverso più sistemi, compresi quelli gratuiti. Tutte queste alternative sono pero' realmente disponibili solo a chi conosce come è strutturato il mercato dell'informazione, a chi ha basi bibliografiche e conoscenze specialistiche. La pericolosità della googlizzazione non è nello strumento, a mio parere, anzi ben venga la googlizzazione di tutte le collezioni bibliotecarie del mondo. Ma e' l'uso che le persone e le organizzazioni ne fanno a lasciare perplessi.
Contrapporre googlizers a resistors, in conclusione, è un buon modo per aumentare il livello di sensibilizzazione sul tema dell'information literacy, così come per fare tanta pubblicità a Google e ad altri strumenti e soluzioni per la ricerca on line. Ma sul terreno dell'educazione degli utenti, della formazione e dell'aggiornamento di compentenze specialistiche, e del rinnovamento e dello sviluppo dell'industria dell'informazione non ha senso.